Sandro Martini
Il nonno è sempre presente nei suoi ricordi: l'armeno di Aleppo, con la lunga barba biancoazzurra, ombreggiata di nicotina intorno alla bocca, ricchissimo e imperioso nella sua grande casa all'Ardenza di Livorno. L'edificio si chiamava Casini, da casino mediceo, una seconda casa al mare dei Medici, enorme dimora del '600 che il nonno aveva comprato negli anni '20 dal barone Hindenburg. Dentro collezionava quadri, fra cui un Tiepolo e alcuni fiamminghi, che ricopiava da dilettante facendoli più grandi: le pere delle nature morte, per esempio, diventavano enormi, colossali frutti pop che quasi uscivano dal quadro. È stato il nonno a dargli la matita della successione, come fosse uno scettro. E Sandro, impaurito, doveva copiare anche lui i classici, Rubens, Pollaiolo, Tiepolo. Così è cominciata l'avventura pittorica di Martini. Della madre parla poco, del padre, navigatore e direttore dei cantieri Ansaldo, pure. Ma il nonno, il nonno è un'altra cosa, è sempre presente. E la matita magica si è trasformata prima in un pennello, poi in una penna per annotare versi e ricordi, poi in un collage, poi in colossali aquiloni, poi in quadri di fuga, di allontanamento. Martini è sempre fuggito dopo i 16 anni. È facile dire: per trovare se stesso, o per dimenticare qualcuno. A Firenze all'Accademia, a Roma chiamato dal poeta Antonio Delfini, a Milano. Fra le prime opere, dei bassorilievi per l'architetto Franco Albini, poi l'incontro felice con Franco Russoli, allora soprintendente a Brera, uomo indimenticabile. "Tu Martini sei troppo bravo", gli diceva, "puoi fare di tutto". C'erano anche i maestri da studiare: Burri, Rothko, Pollock e un altro grande amico, Tancredi, scomparso poi tragicamente nel Tevere. Poca frequentazione di critici, unica eccezione Vittorio Fagone, e di pittori, amicizie con architetti e fotografi. Mondanità nulla. Piccolo, magro, con il suo giubbotto da pescatore, Sandro cammina diritto, non ha riguardi per nessuno, è sicuro delle sue capacità. Anche di cuoco, arte in cui persevera. O di scultore, poi ha smesso perché non ne poteva più. Nel '77 un'altra fuga verso gli Stati Uniti, prima a New York, poi la costa pacifica, dove ha cominciato a insegnare due mesi all'anno. E le prime installazioni, colossali aquiloni che volano verso il cielo, grandi tele che coprono i luoghi, li adornano, li vivificano. Una, ancora ricordata, nell'83 nel salone delle grida alla Borsa di Milano: per un mese gli agenti hanno urlato i loro prezzi sotto le grandi tele, tese da una parte all'altra della sala. Fra una tela e un collage, un'installazione e un rifodero, Sandro scrive. Di se stesso, di quello che gli passa per la testa. È difficile seguirlo nei suoi giri mentali, anche qui delle fughe. Sono quasi delle scene da film, che si dipanano, si ripetono. Sono monologhi, racconti, ricordi, tesi e lucidi come la vita che scorre, s'incontrano Picasso, Tápies, Fontana, Capote, Proust, Baudelaire, citazioni che si rincorrono, osservazioni fulminanti, una cultura che non è acqua. Martini è uno scrittore selvaggio, senza ordine, uno scrittore vero che segue solo l'istinto, pieno d'amore ma solitario, sicuro del suo orgoglio di creatore. Si passa da Berkeley a Milano,dalla rivoluzione messicana agli odori della pittura, puzza di olio rancido. Vita, comunque, di ogni giorno. Forse Sandro vorrebbe coprire con un grande aquilone di tanti colori quell'oceano nero, così immenso, che lo separa da San Francisco. Coprirlo per dimostrare che il mondo è piccolo, si può ridurre sotto un'installazione. E se ne può fuggire quando si vuole. Roberto Tabozzi Milano, 8 giugno 1993 da "Sandro Martini - Gli odori della pittura"