Antonio Ligabue
Nacque il 18 dicembre 1899 in Svizzera nell’Ospedale delle donne di Zurigo dove venne registrato col cognome della madre Elisabetta Costa e successivamente riconosciuto dal compagno della madre Bonfiglio Laccabue, nativo del Comune di Gualtieri (Reggio Emilia). All’età di quattordici anni la madre e tre dei suoi fratelli morirono per un’intossicazione alimentare; convinto che il responsabile della morte fosse il padre, decise di cambiare il proprio cognome in Ligabue e successivamente venne dato in adozione a una coppia di anziani svizzeri senza figli che si occuparono del piccolo Antonio senza mai legittimarlo. Purtroppo anche nella nuova famiglia adottiva dovette vivere in ristrettezze economiche e questo gli causò fin dall'infanzia un blocco dello sviluppo fisico, il risultato fu quell’aspetto sgraziato e rachitico che conosciamo attraverso le sue fotografie da adulto. Quella di Ligabue è una vicenda umana segnata da disgrazie, sradicamenti, solitudine, fame e miseria; egli rimase sempre legato alla figura della matrigna vivendo un rapporto di “amore-odio” che lo accompagnò per tutta la vita: un sentimento eccessivo e morboso, che lo portò a un’introversa e totale solitudine oltre a manifestazioni di violenza, aggressività e ribellione nei confronti del mondo circostante. Carente nell’ortografia e insufficiente nella matematica aveva un costante bisogno di disegnare e questa passione lo spinse a frequentare i musei di San Gallo e in particolare il Kunstmuseum, che raccoglie opere pittoriche e scultoree del XIX e XX secolo. L’episodio più drammatico della sua vita in Svizzera, l’emblema della sua perenne separazione dagli altri, avvenne nel 1919, quando fu espulso dalla Confederazione Elvetica su denuncia della madre adottiva che si era recata al Municipio di Romanshorn per lamentarsi della sua condotta sperando in un semplice richiamo, senza rendersi conto delle conseguenze che il suo gesto avrebbe prodotto: Antonio Ligabue venne condotto da Zurigo a Chiasso e quindi scortato dai carabinieri fino a Gualtieri, comune d’origine di Bonfiglio Laccabue che l’aveva legittimato. Il Municipio di Gualtieri gli assegnò un letto al Ricovero di mendicità Carri, una modesta sovvenzione in denaro e la possibilità di lavorare come “scarriolante” per la costruzione degli argini del Po o presso qualche contadino della zona. Ligabue si esprimeva solo in svizzero-tedesco, e venne catapultato nel piccolo centro agricolo della Bassa reggiana, sulla riva del Po, lui che di italiano non aveva altro che il nome, si trovò ad essere “straniero in terra straniera”, soffrendo di perenne nostalgia per la sua terra. Tentò più volte di rientrare clandestinamente in Svizzera ma fu sempre ricondotto a Gualtieri e dovette rassegnarsi a vivere con un sussidio del Comune, di quello che gli invia la matrigna svizzera e della carità dei compaesani. Il ricordo dei luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza restarono in lui indelebili, come documentano tanti dipinti. Nel gelido inverno del 1928-1929 Ligabue viveva come un selvaggio nei boschi e nelle golene del Po; proprio sulle rive del fiume Marino Mazzacurati lo sorprese mentre manipolava una grande testa di tigre masticando la terra e la sabbia con la saliva emettendo ruggiti probabilmente come atto di empatia con l’animale che stava modellando, fu così che l’artista, noto come uno dei fondatori della Scuola Romana, lo prese in custodia portandolo nel suo studio di Gualtieri per insegnargli l’uso dei colori a olio. Alternando case di amici ospitali, stalle e baracche sul Po e il Ricovero di mendicità Carri, Ligabue riuscì a vivere solo della sua arte, realizzando sculture di terracotta rappresentanti prevalentemente animali, conosciute come “Il bestiario di Ligabue”, successivamente fuse in bronzo grazie al gallerista Ennio Lodi (fondatore della Galleria Centro Steccata di Parma) che seppe riconoscerne la genialità. Della scultura Ligabue non aveva alcuna nozione tecnica, né mai si preoccupò di averne, ma attingendo dal ricco repertorio della sua memoria l’artista creò soggetti d’impressionante verità e al tempo stesso di fulminante fantasia; una memoria che guidò le sue mani sulla creta con incalzante suggestione, ma non si trattò soltanto di memoria, Ligabue vinse il naturalismo grazie alla sua incredibile conoscenza degli animali col fervore di un’emotività accesa dalle scene che gli si presentavano vivissime davanti agli occhi e dai fantasmi che gli erompevano dalla mente. Nell’immediato dopoguerra la stampa e la critica cominciarono a interessarsi alle sue opere e l’artista si dedicò sia alla pittura che alla scultura - esperienza che abbandonerà alla fine degli anni cinquanta - per riservare tutto il suo impegno alla realizzazione di dipinti, anche di grandi dimensioni, nei quali si riflette apertamente la sua idea della vita come perenne battaglia, lotta senza tregua, nella quale s’aprono talvolta finestre di idillio e di serenità. A partire dagli anni Cinquanta, Ligabue si dedicò anche all’acquaforte e alla puntasecca incidendo in totale più di ottanta lastre. Nel settembre 1955, nel corso della Fiera Millenaria di Gonzaga (Mantova), venne allestita la prima mostra personale di Antonio Ligabue e l’anno successivo partecipò al Premio Suzzara. Nel febbraio 1961 tenne un’importante esposizione personale alla Galleria “La Barcaccia” di Roma, che ne segnò in un qualche modo la definitiva consacrazione, dopo un’intensa attività artistica, spesso oscura se non incompresa e derisa, che comunque aveva nel tempo attirato scrittori, giornalisti e qualche attento critico, Ligabue riuscì finalmente a uscire dalla povertà e dalle ristrettezze economiche in cui aveva vissuto per tutta la vita. Nel novembre 1962 Guastalla gli dedicò la prima mostra antologica ma dopo poco fu colpito nella parte destra del corpo da emiparesi e dopo vari ricoveri all’Ospedale di Guastalla e alla Clinica neurologica Villa Marchi di Reggio Emilia, venne definitivamente ricoverato al Mendicicomio Carri di Gualtieri, a spese del Municipio. All’imbrunire del 27 maggio 1965 la triste vita di Antonio Ligabue si concluse e l’amico Andrea Mozzali realizzò la sua maschera funebre che dopo il funerale venne deposta sulla tomba dell’artista nel cimitero di Gualtieri. Hanno scritto di lui e per lui: Ugo Sassi, Cesare Zavattini, Marino Mazzacurati, Mario De Micheli, Marzio Dall’Acqua, Raffaele De Grada, Giorgio Ruggeri, Sergio Negri, Ugo Sassi, Franco Solmi, Giancarlo Vigorelli, Marilena Pasquali, Renato Barilli, Giorgio Mascherpa, Vittorio Sgarbi, K. Kavelin Jones, Luigi Cavallo, Sandro Parmiggiani.