Carlo Mattioli nasce a Modena nel 1911, figlio di un insegnante di disegno e nipote di un decoratore. Nel1925 Si trasferisce con la famiglia a Parma, dove studia nell’istituto d’Arte. Dopo il diploma insegna disegno, prima in Istria e in Toscana, poi a Parma e a Bologna senza mai lasciare Parma. Nel 1937 Sposa Lina Dotti, da cui ha una figlia, Marcella. La sua vita si svolge nel raccoglimento del lavoro e della famiglia, nella frequentazione della cerchia di intellettuali che si ritrova ogni sera al Caffè San Paolo o al “Circolo di lettura e conversazione”. La sua cultura figurativa è vastissima e intenso l’interesse per la letteratura, specie per la poesia, che lo accompagnerà per tutta la vita, testimoniato fra l’altro dalla copiosa attività d’illustratore. 1938 – 1959 Risalgono al 1938 le prime testimonianze significative della sua pittura (Ritratto della moglie Lina). Degli anni subito successivi sono conosciuti, oltre ad alcuni ritratti e paesaggi, soprattutto i nudi. Tuttavia, in questo periodo la grafica prevale sulla pittura e in essa è quasi esclusiva la presenza della figura umana, in particolare il nudo femminile. Nel 1957 troviamo un ciclo di paesaggi dedicati al Po. Nel 1940 espone alla XXII Biennale di Venezia. Nel 1943, su invito di Ottone Rosai e con la presentazione di Alessandro Parronchi ha luogo a Firenze la sua prima personale nella Galleria del Fiore. È ancora presente a Venezia nel 1952 e nel 1954, alla XXVI e alla XXVII Biennale. Invitato nel 1956 alla XXVIII Biennale di Venezia, la giuria internazionale presieduta da Roberto Longhi gli conferisce il Premio Comune di Venezia per un disegnatore. Nello stesso anno è premiato anche alla VII Quadriennale di Roma. 1960 – 1968 Ai disegni in questi anni succedono gli studi, le incisioni, le litografie per i Ragionamenti di Pietro Aretino (dal 1960 al 1964), la Vanina Vanini di Stendhal (1961), i Sonetti del Cavalcanti (1963), gli Epigrammi erotici (1963), le Novelle del Sermini (1963), il Belfagor di Macchiavelli (1967), il Canzoniere del Petrarca (1968) e la Venexiana (1968). Ma la grafica, anche per l’influenza della tempera, sempre più frequente come medium, lascia gradualmente il posto preminente alla pittura nella quale cominciano a comparire forme innovative. È soprattutto ai nudi in piedi o coricati, che si rivolge l’immaginazione di Mattioli anche in questo passaggio cruciale, dal 1960 al 1963. Si aggiungono ad essi alcuni ritratti che compariranno di tanto in tanto lungo tutto il decennio e poco oltre. Dopo i primi tentativi del 1962 e del 1963, a cominciare dal 1964 e soprattutto nel 1965 e nel 1966, la natura morta sostituisce gradualmente il nudo, e a sua volta lascia il posto agli studi sul Cestino di Caravaggio che occupano il biennio 1967-1968, mentre nel 1964 compaiono, tornando costantemente fino al 1974, le vedute del Duomo di Parma adagiato sui tetti della città. Nel 1960 Mattioli è invitato all’VIII Quadriennale di Roma, nel 1962 alla XXXI Biennale di Venezia, nel 1964 viene premiato a Firenze, alla XV Mostra Nazionale col Premio del Fiorino. Nel 1966 è nominato membro dell’Accademia Clementina, nel 1968 dell’Accademia Nazionale di San Luca e nel 1970 dell’Accademia delle Arti del Disegno. 1969 – 1971 Nel 1970 viene allestita da Roberto Tassi nelle Scuderie delle Pilotta a Parma, la prima mostra antologica dell’opera di Mattioli che viene poi ospitata nel 1971 all’Accademia di Belle Arti a Carrara. Questi sono gli anni che vedono un’ulteriore trasformazione nelle immagini dipinte da Mattioli che, dal precedente cerchio intimo, si dischiudono a comprendere l’interiorità del mondo. Il paesaggio inizia con la comparsa dei notturni, l’immagine che caratterizza questo periodo: il notturno, talvolta con albero, nuova presenza anch’esso; o come cielo soltanto, attraversato dalle nubi e illuminato ma non sempre della presenza dalla luna; o come cielo alto sopra il dorso del Duomo, o al di là di una siepe; o ancora, come notte che abbruna una spiaggia, di cui rimane illuminata la tettoia di un capanno come una lama orizzontale; o infine, notte che avvolge un nudo femminile disteso, inarcato come il profilo di una collina. 1972 – 1979 Sono del 1972 gli studi su Leopardi, che possono essere visti come il punto di congiunzione tra il periodo dei notturni, del quale condividono l’ispirazione lunare, e quello successivo, con la moltiplicazione delle immagini del mondo con tutti i suoi colori: alla concentrazione introversa sull’interiorità del mondo fa seguito la contemplazione estatica del suo dischiudersi. I suoi paesaggi si spingono dalla pianura, alla collina, al mare seguendo gli itinerari delle sue consuetudini di vita. Compaiono allora le Spiagge assolate o notturne della Versilia (1970-1974), i Campi di papaveri a partire dal 1974, i canali putrescenti della Versiliana che diventeranno le Aigues Mortes del 1977-1979, le Lavande del 1978, i Paesaggi in collina del 1979, le Ginestre del Conero del 1979-1982. Intanto dal 1975, l’anno dopo la nascita della nipote Anna, inizia una nuova fase della sua produzione di ritratti che fino ad allora aveva visto protagonisti oltre a Lina e alla figlia Marcella gli amici intellettuali. I nuovi ritratti sono impastati dell’esplosione cromatica dei paesaggi. 1980-1992 Con i «Paesaggi bianchi», ispirati alle sinopie del Camposanto Monumentale di Pisa, comincia una meditazione, che poi prosegue lungo tutto il decennio, sull’essenza del dipingere. Mattioli non sembra più rivolgersi alla natura, ma alla pittura stessa, e in particolare sembra volerne evidenziare il potere metamorfotico, spesso intervenendo sopra superfici segnate da una vita precedente; come se questa fosse rimasta a permeare muri, tavole, tele, carte, lasciandovi labili tracce di sé che una memoria immaginativa ora finalmente riconosce, mentre alla pittura è affidato il compito di estrarre l’anima segreta di materiali che allo sguardo comune sembrano inerti. Nel 1980, nel Museo della Basilica di San Francesco ad Assisi, ha luogo la prima di una serie di mostre antologiche che proporranno, lungo il decennio, molteplici prospettive secondo cui avvicinare un’opera che si dimostra sempre più complessa. Nel 1983 Mattioli dona all’Università di Parma un’imponente nucleo di opere (400 tra dipinti, disegni e grafiche). Dal 1981 vedono la luce i grandi Boschi verdi con i loro intrichi di vegetazione e i ponti rovinati. Nel 1982, le stesse travi e le stesse assi riappaiono secche, calcinate, quasi combuste, appoggiate contro i muri diroccati e in rovina, come residui tragici di un terremoto, nella serie di opere subito seguenti e che si chiamano «I muri». Ed ecco che, nel paesaggio successivo, le travi diventano il tema del quadro in uno spazio buio, cieco, senza tempo e senza natura; questi legni si uniscono, si accumulano abbruniti e, nell’ultima di queste opere, cercando una disposizione, un orientamento, si dispongono a corona intorno ai due che, sovrapponendosi, come braccia desolate, hanno formato, inopinatamente, la figura finale, la croce. Croce che nel 1985 si ergerà esplicita nelle antiche tavole sapientemente connesse a costruire il Grande Crocifisso, dedicato alla memoria di Lina, la compagna di una vita, scomparsa nel marzo del 1983. Nel 1984 viene allestita nel Palazzo Reale di Milano una grande retrospettiva a cura di Pier Carlo Santini. Intanto sono comparsi nuovi cicli: i Pineti del 1983 e i Fiori del Male nel 1985. Nel 1986, per i suoi settantacinque anni, viene realizzata a Ferrara, nel Palazzo dei Diamanti, una mostra antologica dei paesaggi, presentata da Gian Alberto Dell’Acqua, mentre la Regione Emilia Romagna pubblica un volume sulla sua opera a cura di Enzo Carli; il Musée Rimbaud, a Charleville-Mézières, espone un recente ciclo di pastelli, intitolato da Mattioli, in onore del poeta francese, «Illumination», e il Museo Te di Mantova fa conoscere un gruppo di piccole opere inedite degli anni sessanta. Negli anni successivi altre mostre illustrano aspetti significativi dell’opera di Mattioli: i Nudi femminili nel 1989 al Museo d’Arte Moderna di Bolzano, nel 1990 i ritratti al Palazzo Ducale di Massa, e nel 1992 i Libri, con i numerosi studi preparatori alle illustrazioni alla Fondazione Ragghianti di Lucca. Arturo Carlo Quintavalle nel 1993 pubblica un’ampia monografia dedicata ai disegni. Nell’inverno Mattioli dipinge i suoi ultimi quadri ad olio, dopo un lungo periodo in cui le precarie condizioni di salute gli avevano impedito di lavorare al cavalletto; un limite che lo aveva indotto felicemente a realizzare innumerevoli tempere su pagine e coperte di libri antichi. I quadri sono imponenti, raffigurano i calanchi biancheggianti e pietrificati delle Apuane, o le radici di un albero avvinghiate a massi sotterranei. Preparate da una serie di oli e di tempere iniziata nel 1991, queste opere rivelano un prevalere drammatico dell’inorganico, una presenza dell’immutabile dove dirada o viene meno la vita.

Muore il 12 luglio 1994 a Parma. Viene accompagnato alla sepoltura dalla popolazione della città in un lungo percorso attraverso le strade della città. L’anno successivo La Fondazione Magnani Rocca allestisce la prima rassegna antologica dell’opera di Mattioli dopo la sua scomparsa. Introducono il catalogo Marco Vallora, Roberto Tassi ed Erich Steingraber.

Dal 1998 al 2000 si susseguono grandi rassegne a lui dedicate dal Museo della Cattedrale di Barcellona al palazzo del Governatore del Lussemburgo, alla Tour Fromage di Aosta fino alle celebrazioni di Bologna 2000 e alla mostra dei grandi cartoni d’arte sacra al Palazzo Sanvitale di Parma presentata da Gianfranco Ravasi.

Nel decennale della sua scomparsa viene allestita un’importante mostra antologica alla Galleria Nazionale di Parma.

Nel centenario della nascita Maurizio Calvesi cura la grande retrospettiva “Carlo Mattioli. Una luce ombra” al Braccio di Carlo Magno in Vaticano

Il Museo Morandi di Bologna nel 2012 ospita la mostra “Carlo Mattioli Nature Morte”.

Nel 2013 il Musma di Matera ospita nelle sue sale una retrospettiva di sculture e ceramiche di Mattioli.

Nel 2016, al termine di un lungo e accurato lavoro di ricerca e archiviazione, la Fondazione Carlo Mattioli ha pubblicato il Catalogo Generale dei Dipinti di Carlo Mattioli per i tipi di Franco Maria Ricci. Un’importante edizione che contiene oltre 2.700 opere ad olio su tela e tavola schedate e archiviate composta da un volume cartaceo di circa duecento pagine affiancato un file digitale racchiuso su una chiavetta USB e contenente in dettaglio tutte le schede e le riproduzioni delle opere a colori. Testi critici di Vittorio Sgarbi e Marco Vallora, biografia aggiornata dell’artista a cura di Marzio Dall’Acqua.

 

Recente importante novità della Fondazione Carlo Mattioli è stata l’apertura al pubblico della sede di Palazzo Smeraldi, che è stato l’ultimo atelier di Carlo Mattioli, dove le sue grandi sale hanno visto nascere i suoi cicli pittorici più celebri e sono state visitate dai più grandi intellettuali del Novecento.

 

Prezzo:
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