Gianfranco Ferroni nasce a Livorno il 22 febbraio del 1927 e trascorre l’infanzia nelle Marche dove la famiglia si trasferisce per seguire l’attività del padre ingegnere. Il suo corso di studi, per conseguire il diploma liceale, è bruscamente interrotto, nel 1944, dagli episodi bellici che portano la famiglia a muoversi nuovamente, questa volta verso nord, incalzata dalle truppe tedesche. Passando per Milano, approderà, sfollata per i bombardamenti, a Tradate, nei pressi di Varese, dove, nel primo dopoguerra, Ferroni vive un periodo travagliato e di grande solitudine che segnerà, successivamente, anche la sua produzione all’inizio degli anni Sessanta. «Tradate era la mia prigione disperante – racconta – non avevo soldi per prendere il treno e andare a Milano. Mia madre mi osteggiava completamente. Questo durò fino al 1952, quando me ne andai di casa». Le difficoltà di questi anni sono legate dunque al difficile rapporto con i genitori, che si oppongono al suo desiderio di dedicarsi all’arte, costringendolo ad avvicinarsi alla pittura da autodidatta; attività segnata sin da subito dalla militanza politica che influirà notevolmente sulla scelta delle tematiche a venire.

Nel 1946, nonostante le opposizioni, comincia a frequentare l’ambiente dell’Accademia di Brera e del bar Giamaica dove ha occasione di incontrare il critico Franco Passoni e artisti come Dova, Crippa, Meloni, oltre ad Ajmone, Morlotti, Francese e Chighine, le cui ricerche rappresentarono per lui uno stimolo importante per la formazione di una poetica personale. Nel 1949 si iscrive al Partito comunista italiano del quale straccerà, nel 1956, la tessera come gesto di protesta in seguito alla rivolta di Ungheria. Il trasferimento definitivo da Tradate a Milano avviene nel 1952 quando Ferroni, venticinquenne, decide di lasciare la famiglia per dedicarsi all’attività pittorica nel luogo privilegiato del dibattito corrente, animato dalla disputa storica fra realismo e astrazione.

Nel cuore di Milano, faccia a faccia con i nuovi fermenti culturali, negli anni in cui a Brera s’incontrano, da un lato, Fontana e Manzoni, dall’altro gli ultimi naturalisti arcangeliani, Ferroni comincia a frequentare un gruppo di giovani autori, freschi d’accademia (allievi di Aldo Carpi), che tempo qualche anno saranno i portavoce del movimento del Realismo esistenziale, definito così da Marco Valsecchi in un suo articolo apparso su «Il Giorno» nel 1956. Sono Giuseppe Banchieri e Mino Ceretti, Giuseppe Guerreschi, Bepi Romagnoni e Tino Vaglieri. «Quando mi incontrai con questi ragazzi – narra lui stesso – ero solo e in fame stabile. Me ne stavo per ore al “baretto” (il Giamaica) senza parlare con nessuno. Li vedevo già nel ’55 ma ci conoscemmo nei primi mesi del ’56, ci frequentammo e subito avvertimmo di avere gli stessi problemi di fondo oltre che di sopravvivenza. […] Polemizzavamo con l’astrattismo generico e decorativo da una parte, con il realismo flaccido e stanco dall’altra».

Ferroni si unisce al gruppo in pianta stabile nel 1956, anno in cui compie al fianco di Vaglieri – divenuto suo coinquilino nello studio di corso Garibaldi 89 – un viaggio di studio in Sicilia dal quale, entrambi gli artisti, tornano con una consapevolezza pittorica accesa da una nuova poetica realista. Di stampo meno impegnato e militante, rispetto quello della serie dei disegni d’Ungheria, ma più incline al racconto di situazioni di ordinaria quotidianità, destinato a sfociare nella poetica dell’oggetto; «metterci cioè la “cosa” davanti e dipingerla senza secondi fini né mitizzazioni». Si tratta della prima importante svolta nella ricerca di Ferroni.

Dopo la personale tenutasi alla Galleria Schettini di Milano, spetterà alla Galleria Bergamini, particolarmente sensibile verso il lavoro dei giovani artisti, rappresentare il suo lavoro fra il 1956 e il 1960. Risale, invece, al 1957 la realizzazione della prima acquaforte, Periferia, di cui esiste un unico esemplare, concentrata – in linea con la coeva produzione pittorica – sul tema dei sobborghi metropolitani. Da questo momento in poi, per tutto l’arco della vita, l’attività calcografica diventerà fondamentale nella sua esperienza, tanto da elevarne il corpus inciso (fatto di 264 incisioni e 115 litografie) al livello, per valore e qualità, della produzione pittorica e fare di lui un maestro indiscusso della grafica del secondo Novecento.

Nel 1957 Ferroni è invitato alla quinta edizione della rassegna “Italia-Francia”, a Torino, curata da Luigi Carluccio, mentre, l’anno successivo, approda, accanto a Banchieri, Romagnoni e Guerreschi, alla Biennale di Venezia. Il 1958 è per lui un anno di riflessione venato di inquietudine per le sorti del proprio operato. «Ricordo cosa significò per me, in quell’anno – dice – una piccola riproduzione di un quadro di Bacon che vidi su una rivista. In quel 1958 v’era di che disperarsi; persino i compagni di via Brera prendevano altre vie, si facevano tentare dall’informale. Mi sentivo solo e completamente fallito e in effetti il mio lavoro fino allora non aveva dato che dei frutti un po’ meschini, tant’è vero che in anni più recenti ho distrutto buona parte di quei quadri. Ebbene, quel quadro di Bacon valse a rinfrancarmi, mi provava che anche altri artisti per me sconosciuti credevano nella rappresentazione dell’uomo in un modo nuovo e vero, ad un racconto nella direzione che anche noi, seppur confusamente, proseguivamo da anni».

Gli incontri con Giovanni Testori e Mario Roncaglia, direttore della Galleria il Fante di Spade di Roma, dove Ferroni esporrà a più riprese, risalgono a questo stesso periodo e saranno determinanti per il suo riconoscimento a livello critico e di pubblico. Nel 1959 partecipa alla Quadriennale di Roma, alla Biennale del Mediterraneo di Alessandria d’Egitto ed è al centro di un’altra personale alla Galleria Nuova Pesa di Roma. Importante la partecipazione alla rassegna bolognese, del 1962, “Nuove prospettive della giovane pittura italiana” e a “Mitologia del nostro tempo”, curata ad Arezzo nel 1965 da Carluccio. Avviene in quest’epoca un’ulteriore svolta nella ricerca del maestro che tende ad abbandonare gradualmente, nel corso degli anni Sessanta, le vedute urbane e i ritratti caratterizzati dal forte gesto istintivo, per concentrarsi invece sulla descrizione degli interni, del suo studio, con tavoli da lavoro affollati di oggetti e immersi nel buio.

Dopo l’ultima mostra alla Bergamini nel 1960 e la presenza alla Biennale di Tokio nel 1964 e alla Quadriennale di Roma del 1965, Ferroni torna a Venezia per la Biennale del 1968 dove gli viene assegnata una sala personale. Una volta allestito lo spazio, tuttavia, decide – aderendo ai moti e alle proteste giovanili del momento – di esporre i dipinti rivolti verso la parete. Mentre altri colleghi si associano alla manifestazione di dissenso lasciando le opere girate per un solo giorno, Ferroni, fedele al proprio impegno ideologico, lascerà i quadri coperti per l’intera durata della mostra. Gli anni Sessanta sono, di fatto, gli anni in cui il lavoro di Ferroni assume una decisa piega politica. «Del 1963 in poi si verifica una più forte politicizzazione del mio lavoro – dice – ed è il periodo meno autobiografico. Io sono sempre stato un pittore autobiografico, sin dai primi quadri, ma dal 1963 al 1970 circa, la partecipazione è più legata ad una situazione storica che all’io. Ecco quindi quadri come Palestinese ferito. Laddove c’era un uomo che moriva per un’ideologia, qualunque essa fosse, la mia partecipazione era immediata, istintiva, ed io perdevo quindi quell’aspetto introverso che caratterizza il mio lavoro, sia quello iniziale, che quello dal 1970 in poi, che a me interessa di più. Questa fase è comunque un documento interessante, perché partecipa di una situazione particolare di quegli anni».

Dal 1968 al 1972 Ferroni abita a Viareggio, in una sorta di isolamento che preannuncia un altro mutamento della sua poetica e un nuovo stadio della sua pittura, sempre più focalizzata sull’interno, fisico e psicologico, dello studio, dove gli oggetti presi a modello divengo “alibi”, come spiegherà più tardi in una lettera scritta a Maurizio Fagiolo Dell’Arco: «alibi per indagare e valorizzare lo spazio e la luce, veri e soli protagonisti del mio interesse attuale (nell’attesa e nella speranza che questo porti significanza all’alibi)». Durante gli anni viareggini, Ferroni dipinge e incide poco. Si tratta di un periodo infatti di attesa, passato accanto a nuovi amici, come il pittore e scrittore Sandro Luporini, legato al mondo dello spettacolo per via dei testi musicali e teatrali ideati per Giorgio Gaber. Nel 1970 Ferroni incontra la futura moglie Carla. Il rapporto con lei lo aiuterà a riprendere con coerenza la ricerca estetica ed affrontare un periodo di intensa produzione. «È lei che mi ha rimesso in linea con me stesso. Anche il mio successo ora mi appariva diverso» confesserà successivamente. « […] Ricominciai da capo. Fu difficile. È stato duro rimettersi di fronte alle cose senza il sostegno di una ideologia. Fu una specie di nuova accademia, da zero». Ferroni sposa Carla a Viareggio nel 1974 e nel 1975 nasce la figlia Francesca e la famiglia si trasferisce a Milano, in via Rossellini e, poco dopo, in via Bellezza dove l’artista, nel sotterraneo, allestisce anche il suo nuovo studio.

Dopo il 1975 si collocano alcuni eventi espositivi importanti nella carriera di Ferroni, che presenta i suoi lavori in Italia e all’estero raccogliendo un grande interesse da parte della critica e del pubblico. Fra le principali esposizioni personali, spiccano quelle al Fante di Spade di Roma e Milano (nel 1974 con un testo a catalogo di Luigi Carluccio e poi nel 1976), all’Eunomia di Milano (nel 1969 e nel 1970), alla Mutina di Modena (prima nel 1966 e nel 1968 e ancora nel 1978) e alla Galatea di Torino (nel 1964, nel 1966 e poi nel 1970). La personale alla galleria Documenta di Torino, nel febbraio del 1974, rappresenta un episodio importante per la comparsa dei prototipi delle sue stanze silenziose, che d’ora in avanti saranno il leit motiv della ricerca a venire. Cadono, in questo stesso arco di tempo, la pubblicazione della prima monografia dedicata a Ferroni da Duilio Morosini e la presentazione di Giovanni Testori per la mostra alla Galleria Du Dragon di Parigi, nel 1977, dove aveva già esposto nel 1970 e nel 1971.

Fra le rassegne collettive cui partecipa, invece, negli anni Settanta, si segnalano la mostra itinerante, fra il 1975 e il 1977, a Breslavia, Varsavia, Berlino Est, Vienna e Lugano, “Pittura italiana 1950-1970” e la mostra “Pittura in Lombardia 1945-1973” realizzata alla Villa Reale di Monza nel 1973, a cura di Ganfranco Bruno, Mario De Micheli e Roberto Tassi. In anni in cui l’esperienza del Realismo esistenziale milanese stava segnando il panorama della ricerca contemporanea, Ferroni agisce da capofila del movimento, come emerge da rassegne storiche quali: “Dal Realismo esistenziale al nuovo racconto” curata da Giorgio Mascherpa per la Galleria Ricci Oddi di Piacenza nel 1979 e la Galleria del Centro Culturale San Fedele di Milano nel 1981; o ancora “Realismo esistenziale: momenti di una vicenda dell’arte italiana 1955-1965” allestita tempo dopo, nel 1991, al Palazzo della Permanente di Milano, a cura di De Micheli, Mascherpa, Seveso e Corradini.

Gli esordi degli anni Ottanta sono marcati subito, proprio nel 1980, da una grande antologia a Napoli che ripercorre per tappe tutta la sua attività, a partire dal 1958. Questo decennio è caratterizzato anche dall’adesione di Ferroni a un altro movimento. Si tratta della Metacosa, nome che identifica un gruppo di autori riunitisi nel suo studio milanese già dal 1979 e sostenuti dal critico Roberto Tassi. «Durante gli anni Settanta – racconta – alcuni giovani si sono avvicinati a me spontaneamente: Tonelli, Luino, Mannocci. Con loro ho parlato e discusso insieme a Luporini, vecchio amico degli anni giovanili. Tonelli e Luino hanno lavorato per un po’ nel mio studio. C’era anche Giuseppe Bartolini, poi è arrivato anche Biagi. È stato l’ultimo exploit di un gruppo artistico cui ho partecipato». Il gruppo espone dunque per la prima volta a Brescia nel 1979, presentato in catalogo proprio da Tassi, che ne segue l’attività anche nelle esposizioni successive a Milano, Viareggio, Bergamo e Vicenza. Nel 1982 Ferroni è di nuovo a Venezia con una sala personale, scelto dai curatori (Dell’Acqua e Mascherpa) fra i rappresentanti di quel ritorno alla pittura in aperta polemica con il mondo delle speculazioni concettuali e anche della Transavanguardia. Gli anni Ottanta rappresentano pure un decennio importante per la sua ricerca grafica, poiché intensifica lo studio sull’incisione e la litografia e concentra molte esposizioni sull’opera incisa, come quella al Palazzo delle Albere di Trento, nell’inverno 1985, a un anno di distanza dall’uscita del primo catalogo esclusivamente dedicato alla produzione calcografica, con prefazione di Testori e schede di Mascherpa. Negli anni Novanta ogni travaglio sembra improvvisamente quietarsi e le immagini di Ferroni ne sono la prova; gli oggetti, costantemente protagonisti, fluttuano ora in un’aura di magia e sospensione. «Da dieci anni a questa parte – dirà poco prima della morte – ho trovato il periodo più sereno. Non mi rimane molto tempo, ma ora quando lavoro sono felice». Dopo una prima rassegna allestita nel 1991 a Palazzo Sarcinelli di Conegliano Veneto, a cura di Marco Goldin e riservata ai suoi disegni fra il 1959 e il 1990, Ferroni sarà al centro di altre importanti manifestazioni. Insignito, nel 1993, del Premio Presidente della Repubblica dall’Accademia di San Luca, è protagonista nel 1994 di una vasta antologica alla Galleria d’arte moderna di Bologna, con una presentazione di Maurizio Fagiolo Dall’Arco. In questo periodo si stabilisce a Bergamo, allestendo un nuovo studio, scenario privilegiato delle sue ultime ambientazioni. Nel 1995 è invitato ancora a Conegliano, alla mostra “Pittura come pittura” a cura di Marco Goldin, mentre risale al 1997 la retrospettiva a Palazzo Reale a Milano. Infine, nel 1999, è premiato alla Quadriennale d’Arte di Roma.

Gianfranco Ferroni muore a Bergamo il 12 maggio del 2001. L’anno seguente, con la regia di Elisabetta Sgarbi, viene realizzato il mediometraggio La notte che si sposta – Gianfranco Ferroni, presentato alla cinquantanovesima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.

Nel 2007 si inaugurano due mostre antologiche a Palazzo Reale di Milano e a Palazzo della Ragione di Bergamo. Nel maggio del 2015 gli viene dedicata una mostra alla Galleria degli Uffizi a Firenze “La luce della solitudine, Gianfranco Ferroni agli Uffizi” e nel 2018 una grande antologica a Palazzo Mediceo di Seravezza.

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